CONTRAPPUNTO 2_3 NAZZARENA POLI MARAMOTTI

Nazzarena Poli Maramotti - dettaglio opera -

orari: ven. 18-20.30 sab. 10-13 17-20.30 dom. 10-13


“È l’ora in cui il signor Palomar, uomo tardivo, fa la sua nuotata serale. Entra nell’acqua, si stacca dalla riva, e il riflesso del sole diventa una spada scintillante nell’acqua che dall’orizzonte s’allunga fino a lui. Il signor Palomar nuota nella spada o per meglio dire la spada resta sempre davanti a lui, a ogni sua bracciata si ritrae, e non si lascia mai raggiungere. Per tutto dove egli allunga le braccia, il mare prende il suo opaco colore serale, che s’estende fino a riva alle sue spalle. Mentre il sole scende verso il tramonto, il riflesso da bianco[1]incandescente si colora d’oro e di rame. E dovunque il signor Palomar si sposti, il vertice di quell’aguzzo triangolo dorato è lui; la spada lo segue indicandolo come la lancetta d’un orologio che ha per perno il sole. «È un omaggio speciale che il sole fa a me personalmente», è tentato di pensare il signor Palomar, o meglio l’io egocentrico e megalomane che abita in lui. Ma l’io depressivo o autolesionista che coabita con l’altro nello stesso contenitore, obietta: «Tutti quelli che hanno occhi vedono il riflesso che li segue; l’illusione dei sensi e della mente ci tiene sempre tutti prigionieri». Interviene un terzo coinquilino, un io più equanime: «Vuol dire che, comunque sia, io faccio parte dei soggetti senzienti e pensanti, capaci di stabilire un rapporto con i raggi solari, e di interpretare e valutare le percezioni e le illusioni».
[...]
Allora pensa: «Se io vedo e penso e noto il riflesso, è perché all’altro estremo c’è il sole che lancia i suoi raggi. Conta solo l’origine di ciò che è: qualcosa che il mio sguardo non può sostenere se non in forma attenuata come in questo tramonto. Tutto il resto è riflesso tra i riflessi, me compreso».” 
(“Palomar” di Italo Calvino)
  
“Certo, comprendeva, ma tamburellava nervosamente su un ginocchio con la punta delle dita. Forse pensava alle prese in giro con le quali i nostri compagni avrebbero accolto le mie idee? Poi, con l'energia e la bonomia che gli erano propri, mi dette una pacca sulla spalla e disse: «Mio caro Jorn, senza dubbio con tutte queste idee farete un bel giardino, ma non una rivoluzione!» Risi con lui.”
(“E il giardino creò l'uomo” di Jorn de Précy, a cura di Marco Martella)
 
A vederli uno a fianco all’altro, durante la mia prima visita nel suo studio di Norimberga, [...] i dipinti di Nazzarena Poli Maramotti rivelano subito quello che è il loro tratto emblematico: possono sembrare dipinti astratti, realizzati per via di stratificazioni successive, attraverso un lungo combattimento con l’immagine, ma quadri astratti che approdano a una figurazione che pare affiorare come un dato inevitabile. Oppure, ribaltando i termini del discorso, sono dipinti figurativi – ritratti e paesaggi, immagini di deserti, marine, luoghi spopolati e inospitali – dove le forme (rade figure, apparizioni flebili e volatili, cieli e nuvole, porzioni di terra e mare che sembrano battuti dalle intemperie e da un vento costante) emergono da un paesaggio astratto come sospinte da una forza invisibile.
Così i dipinti di Nazzarena Poli Maramotti mi sembrano occupare un territorio di mezzo, una specie di crinale tra figurazione e astrazione - due categorie probabilmente obsolete, eppure ancora necessarie per descrivere la pittura - un territorio su cui è stato detto e scritto molto, perché è al suo interno che, da una cinquantina d’anni a questa parte, figurazione e astrazione provano a riformularsi a vicenda; che si trovano le tracce, talvolta nei meandri, negli interstizi, nelle pieghe materiali dei dipinti, di una figurazione che, apparentemente fragile ed esangue, si manifesta come sopravvivenza irrinunciabile.
Caratterizzati da vorticosi coaguli atmosferici, da un ritmo discontinuo di gesti e pennellate veloci e larghe, spesse o leggere, continue e sincopate, liquide o materiche (come se il dipinto fosse, più che uno spazio coerente e organico di rappresentazione, una mappa di forze, un campionario di azioni e gesti che rivela incessantemente i passaggi della sua una processualità interna; e i movimenti del corpo di fronte al quadro, o del quadro stesso, che può essere dipinto in verticale ma anche, in certi momenti, in orizzontale), i lavori di Poli Maramotti sono attraversati da una energia centripeta che porta le forme e le figure (e tra queste quelle più facilmente riconducibili al reale: presenze maschili e femminili, rocce, piante, alberi, colline e avvallamenti) a svilupparsi e concentrarsi nei bordi o nel margine inferiore, come se una forza di gravità le spingesse entro il limite di un orizzonte molto basso; un addensarsi (delle figure ai bordi) a cui corrisponde una maggiore volatilità dello spazio centrale, capace di dar vita a immagini che si aprono come cumuli di nuvole su una porzione di cielo terso.
[...] 
Davide Ferri


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